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Qual è il futuro del welfare in Europa in tempi di nuovi bisogni sociali emergenti e risorse sempre più scarse? È partita da questa domanda la ricerca che Human Foundation ha contribuito a sviluppare per KPMG insieme a CERGAS Bocconi, presentata lo scorso 14 giugno a Roma. Un lavoro che ha riguardato otto paesi europei (Italia, Francia, Spagna, Germania, Polonia, Regno Unito, Danimarca, Estonia) ed è diviso in due parti: una dedicata alle policies innovative di welfare sperimentate come best practise continentali e l’altra dedicata allo stato di salute della valutazione delle politiche e della diffusione dei modelli “evidence based”. 
I dati raccolti partono da una premessa: siamo dinanzi a una crisi dell’attuale modello economico-finanziario e all’esaurimento della spinta inclusiva del Welfare state novecentesco. L’analisi , realizzata da CERGAS Bocconi dei “future trends”, da cui parte l’intera ricerca, lo racconta con chiarezza: ci sono fattori di criticità importanti che investiranno le comunità in via sempre maggiore negli anni a venire. Erosione delle risorse pubbliche, maggiore instabilità del mercato del lavoro, invecchiamento della popolazione, aumento degli afflussi di migranti, richiedenti asilo e profughi, diversificazione delle strutture familiari, urbanizzazione, cambiamenti epidemiologici sono solo alcuni degli esempi passati in rassegna. A queste evoluzioni sociali in corso non possiamo che rispondere cercando soluzioni innovative che, pur scongiurando l’arretramento del Welfare europeo (che,  nelle sue diverse declinazioni, è riuscito ad assicurare protezione sociale e diritti universali alle fasce più fragili e vulnerabili) riescano a immaginare un nuovo schema di Welfare, elastico ed adattivo, che metta insieme target e stakeholder diversi, oltre a strutture di governance articolate. In letteratura lo chiamano “welfare mix”, con tre attori principali in triangolazione tra loro: il pubblico, il privato e il Terzo Settore. 
Ormai da sei anni, il lavoro di Human Foundation mira proprio a promuovere e sperimentare -partendo dai bisogni - nuovi modelli ibridi tra pubblico e privato configuranti nuove soluzioni per la generazione di un valore sociale condiviso. Nella convinzione che la sfida in atto sia quella di strutturare una strategia collaborativa tra attori pubblici e investitori privati ad impatto, con un Terzo Settore sempre più formato, competente e proattivamente protagonista.

La sfida è quella di innovare i modelli di welfare europei investendo su conoscenze, tecnologie, abilità di gestione, cultura amministrativa e rafforzamento delle infrastrutture esistenti. 
La questione della differenziazione delle fonti e dei nuovi schemi di finanziamento è ripresa nella ricerca in più punti ed evoca l’importanza della relazione tra un nuovo welfare e l’impact investing. Al centro di questa relazione c’è il modello “payment by result” (PBR). L’attore pubblico, pur a scarsità di risorse economiche, continua a fissare i criteri e gli obiettivi degli interventi necessari, e gli investitori privati, intenzionalmente, orientano le proprie risorse non solo in base alle due dimensioni classiche di ogni investimento – rischio e rendimento – ma anche in base all’impatto sociale generato.
Con la dimensione pubblica e con lo Stato nelle sue articolazioni  che resta in cabina di regia nell’elaborazione delle politiche, il privato che anticipa le risorse necessarie ad attuare le politiche e i soggetti del terzo settore – organizzazioni, cooperative, imprese sociali – che attuano i progetti sulla base delle indicazioni del pubblico e dei fondi del privato. 

Ma non basta connettere il pubblico in crisi di fondi, gli investitori disponibili a scommettere su politiche sociali avanzate e il terzo settore che, in Italia come in Spagna, è protagonista dell’implementazione delle policies. C’è un altro attore, strategico, da coinvolgere in questa partnership: la valutazione. Perché l’impatto generato va misurato.
E nello schema “payment by result” la valutazione ha un ruolo determinante. Il soggetto valutatore, infatti, misura il raggiungimento o meno degli obiettivi fissati dall’attore pubblico a chi attua il progetto. Solo se gli obiettivi risultano raggiunti, il pubblico rimborsa l’investitore privato, assicurando anche un ritorno di investimento. Funziona così lo strumento classico del PBR: quello noto come Social Impact Bond. 

Si tratta, quindi, di cambiare paradigma nella elaborazione delle politiche, mettendo al centro l’evidenza alla base delle decisioni e dando importanza al ruolo della valutazione d’impatto, per evitare sprechi, aumentare l’efficacia delle politiche e il raggiungimento degli obiettivi. Anche questo è un antidoto formidabile al populismo dilagante: abbattere gli sprechi, coinvolgere attori diversi nell’elaborazione delle politiche, gestire in modo efficace e “ad impatto” le risorse. Per questo il “Futuro del Welfare” dipende anche dal futuro della valutazione e dalla maturità della cultura valutativa di un paese.  E la ricerca racconta con precisione che, sulla valutazione, non esiste ancora un’Europa veramente unita. Ci sono Paesi come Danimarca e Inghilterra in cui la valutazione è una prassi consolidata. Altri, come Francia e Italia, in cui c’è ancora molto lavoro da fare. Nel nostro Paese, in particolare, la valutazione è ancora poca, poco rigorosa e poco incorporata nel ciclo delle policies. Per passare dalla valutazione degli output a una “cultura dell’impatto” è fondamentale assicurare maggiore legittimità politica alla valutazione, sostenendo i processi valutativi all’interno delle scelte strategiche delle istituzioni. Puntando anche a rafforzare le conoscenze e le capacità di tutti gli attori nel produrre e utilizzare i risultati delle valutazioni, con lo scopo di disegnare innovazioni sociali che rispondano in maniera più efficace ai nuovi bisogni e adattarsi ai rapidi e complessi cambiamenti in corso. C’è un grande lavoro da fare di sperimentazione dei modelli . Ma di una cosa siamo certi: più evidence-based policies saremo in grado di disegnare più risposte concrete sapremo dare a chi ne ha bisogno. Con Human Foundation, Social Value Italia e Social Impact Agenda per l’Italia stiamo provando a fare la nostra parte. 

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L'impatto sociale deve diventare un criterio per investire

Caro Luca De Biase, 
la recente sortita di Larry Fink, CEO di Blackrock, rilanciata pochi giorni fa dalle agenzie in occasione dei 30 anni di vita del più grande asset manager mondiale, non avrebbe potuto che provocare un’eco globale: la sensazione nel leggerla, al di là del privilegiato legame con il contesto economico statunitense, è quella di una sconfessione così perentoria ed impietosa da ricordare le tesi di Wittenberg.
In cui, volendo dar respiro a tale ardita similitudine, la battaglia contro la monetizzazione delle indulgenze, potrebbe essere paragonata all’abiura di Fink nei confronti delle politiche d’investimento a breve termine: quelle, per essere chiari, preoccupate solo dal nudo sopravanzo di cassa rispetto al trimestre precedente. 
Che i messaggi di Larry Fink declinassero già da qualche tempo in “chiave social”, è questione che certamente non sarà sfuggita agli operatori della finanza.
L’avvisaglia di un radicale processo di revisione etica, si era apprezzata già con la serie di missive inviate dal CEO ai top manager delle varie Corporate, finalizzate ad un’opera di suasion tutt’altro che scontata: con una inedita forma di dialogo condiviso, Fink rimarcava la distinzione stessa del ruolo di Blackrock rispetto agli hedge fund noti, sostenendo come la natura a lungo termine degli investimenti tramite cui amministra gli interessi dei clienti, lo legittimava a sollecitare le aziende su strategie di più ampio respiro.
Verrebbe da esclamare “meglio tardi che mai”, se non addirittura abbandonarsi a riflessioni sospettose verso la rinnovata strategia di un tale moloch finanziario, che non da oggi e non da solo è stato in passato stigmatizzato nella sua natura speculativa.
Più probabilmente, siamo giunti ad un limite in cui la realtà non si concede più al passatempo delle interpretazioni: laddove amministrazioni troppo spesso distratte e lente non riescono ad affrontare credibilmente le enormi sfide sociali e ambientali, sale spontanea una richiesta di supplenza verso il mercato.
Se provassimo a tracciare la genesi di questo percorso, dovremmo necessariamente risalire al 2013, con l’istituzione della Social Impact Investment Tasksforce in ambito G7 e la pubblicazione, nell’anno successivo del rapporto “Il cuore invisibile dei mercati”. Quell’avventura, quasi pionieristica, ha gemmato oggi un vero e proprio movimento globale, coordinato dal Global Steering Group for impact investment, che annovera decine di paesi aderenti, tra cui anche l’Italia, che ho il privilegio di rappresentare attraverso la Social Impact Agenda. L’obiettivo del GSG è ambizioso: far arrivare il mercato degli investimenti ad impatto al tipping point, ad un punto di svolta, per affermare così un nuovo paradigma che superi la dicotomia rischio-rendimento, incorporando strutturalmente nelle scelte di investimento la dimensione dell’impatto sociale, generando una vera e propria rivoluzione copernicana nel fare finanza.
Non stupisce, quindi, che oggi Blackrock faccia ricorso ad espressioni come “dimostrare l'impatto sociale” e “dimostrare il contributo positivo dato alla società”. L’auspicio è che temi così fondamentali possano riecheggiare anche nelle piazze di questa nostra campagna elettorale, diventando “politica” per chi avrà il difficile onere di governare.
Con passione ci siamo impegnati, affinché nascesse anche in Italia un Fondo per l’innovazione sociale che, al pari di altri Paesi, funzionando come un Outcome Fund, possa accelerare la diffusione di Social Impact Bonds anche in Italia.
E con favore, guardiamo oggi al rapporto finale della ”high-level task force on investing in social infrastructure in Europe” presieduta da Romano Prodi, che prevede un piano di 150 miliardi di investimenti pubblici e privati a sostegno dell'infrastruttura sociale europea, e riconosce alla Cassa Depositi e Prestiti il ruolo di guida italiana al processo.
Insomma, alla luce del progressivo scollamento tra economia ed istituzioni, sembra invece indispensabile trovare formule innovative e concertate di coinvolgimento del mercato, che possano scongiurare il soccombere delle pubbliche amministrazioni sotto il peso di un welfare ingestibile, evitando nel contempo il rischio che in questo così dirimente ambito la finanza decida di “ballare da sola”.

Cara Giovanna Melandri,
I tempi stanno cambiando. Da talmente tanti punti di vista, che alcuni punti di vista sono molto positivi. Come quelli citati nel suo messaggio.  
Luca De Biase