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Ho sempre amato i paradossi, proprio perché mettono a dura prova le nostre più robuste certezze, irridendo la linearità del pensiero, dietro cui spesso ci rintaniamo per sentirci al sicuro.
Vorrei partire proprio da un paradosso: se lampadinatutto è innovazione, allora nulla è davvero innovativo. La tentazione di attribuire una dimensione innovativa a processi che spesso non lo sono affatto, non rischia di condurci verso una meta-narrazione dell’innovazione solo di maniera? Una serie di paradigmi, che avrebbero dovuto cambiare il mondo, si sono succeduti rapidamente, senza lasciarci il tempo di sedimentare e riflettere sulla reale portata di questi fenomeni.
Spesso ci affanniamo in una goffa rincorsa a formule accattivanti: sharing economy, smart city, fab-lab, makers, green economy e l'elenco potrebbe essere davvero molto lungo. Quasi mai però ci soffermiamo nell'analizzare come queste esperienze possono contribuire, in una prospettiva sistemica, allo sviluppo e alla crescita del nostro Paese. La voracità con la quale consumiamo paradigmi è davvero sorprendete. Da una parte, nasconde l’ansia generata dalla lunga crisi, di una fretta senza dubbio comprensibile, ma che può facilmente indurre in errore. Dall'altra, c'è il tema della programmazione delle risorse: una larga maggioranza di soggetti pubblici e privati privilegiano la politica del rammendo, rispetto ad una programmazione matura di lungo periodo, basata su evidenze.
La fascinazione verso la narrazione dell’innovazione, non ci deve impedire di osservare gli effetti di “spiazzamento” del valore che sono insiti nelle radicali trasformazioni di cui siamo testimoni. Laddove l’innovazione, attraverso le tecnologie, crea valore, può, in taluni casi, disarticolare i settori sociali ed economici legati al precedente paradigma, senza però aver la “capacità fordista” di riassorbire quella forza lavoro perduta. Così guardando il dito, non riusciamo a scorgere la luminosità della luna. Qui c'è la questione di fondo: uscire da una dimensione epidermica nell'approcciarsi ai temi dell'innovazione sociale, svelando i cavalli di troia che nascondono in pancia gli effetti perversi di un sistema diseguale di generazione del valore.
Possiamo davvero pensare di risolvere la questione dell'occupazione giovanile, destinando qualche milione di euro alle start-up? Uber puó rappresentare la soluzione alla mobilità urbana nelle grandi metropoli? La partecipazione dei cittadini alla vita pubblica passa esclusivamente attraverso i big data? Tanto per menzionare alcuni dei mantra di questi tempi.
Per uscire dalla retorica accattivante dell'innovazione sociale, penso sia necessario mettere in campo uno sforzo analitico collettivo, aperto e franco attraverso il quale cercare di dare profondità a questi temi. Vi sono delle innegabili opportunità che si intravedono, un nuovo modello di sviluppo imperniato nelle straordinarie risorse che sono nelle nostre comunità, dobbiamo però essere pazienti per non farci illudere dai tanti fuochi fatui che brillano nella notte.

Federico Mento, coordinatore HF