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Questa mattina mi ronzava in testa “Io sto bene”, forse una delle tracce più intense dei CCCP. Ho sempre pensato che quella canzone fosse il manifesto della generazione cresciuta tra la fine delle grandi passioni collettive novecentesche e la nuova cultura individualistica del consumo post-fordista. Giovani, distanti dai riferimenti del passato recente, senza un presente, “non studio, non lavoro, non guardo la TV...”, e, soprattutto, senza futuro. Il ritornello ripete in maniera ossessiva “è una formalità o una questione di qualità”.

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Cosa centra “Io sto bene” con Riva del Garda? Nel corso della relazione “Il decennio breve”, il Prof. Borzaga, nell'affrontare il tema della riforma, ha sostenuto che l'impresa sociale deve essere qualificata per ciò che è e non per ciò che fa. Riprendendo i CCCP, l'impresa sociale è, dunque, una “formalità”, piuttosto che “una questione di qualità”. In questi mesi, un intenso dibattito ha accompagnato l'iter della Legge delega di Riforma, un confronto appassionante che ha avuto il merito di chiarire le posizioni in campo. Per certi versi, il dibattito non è riuscito ad uscire da semplificazioni di comodo, che ciascuno di noi ha usato per rafforzare i propri argomenti: conservatori-innovatori, progressisti-liberali, statalisti-privatizzatori. Nell'intervento di ieri, Borzaga non si è spostato da queste dicotomie. I sostenitori della riforma hanno optato per la via americana, che rischia di piegare le ragioni dell'impresa sociale a quelle della finanza e del mercato. Al di là delle semplificazioni, possiamo davvero continuare a sostenere che l'impresa sociale debba essere qualificata a partire da un impianto normativo e non, piuttosto, dall'impatto che genera, fissando, come andiamo sostenendo da tempo, limiti ben precisi rispetto alla missione, al patrimonio, alla distribuzione degli utili e la governance. Siamo certi che nel tracciare una linea dritta e precisa non rimangano fuori molte delle esperienze di contaminazione, che per altro sono largamente presenti a Riva del Garda.
Se davvero è una formalità, dove andranno a collocarsi le realtà che operano nell'economia collaborativa e magari hanno una governance autenticamente partecipata, rispetto, magari, ad alcuni soggetti della cooperazione, nei quali democrazia e partecipazione sono divenuti simulacri vuoti. Le norme devono avere la capacità di leggere i tempi, prefigurando ciò che potrà accadere in un futuro prossimo, ancor più nei tempi frenetici nei quali viviamo. Continuo a pensare che l'impresa sociale non possa concepita come una “formalità”, ma debba essere considerata una “questione di qualità”.

di Federico Mento, coordinatore Human Foundation